Una nota a margine di A real pain (Jesse Eisenberg, 2024, molto vivamente consigliato).
Non ho mai incontrato un’opera, di qualunque genere, che riflettesse così bene quella che è la mia esperienza personale dell’essere cugini.
Sono cugino di tre persone, con ciascuna di loro ho una relazione molto diversa dalle altre due, e nessuna di queste relazioni assomiglia a quella del film per vicende, personalità, dinamiche specifiche.
Eppure A real pain cattura qualcosa — una grana, un’essenza — che ha mi fatto suonare tutte le campane in technicolor, che mi ha fatto notare come le tre mie cuginanze, per quanto diverse tra loro, siano tutte e tre quella roba lì.
Non so come descriverlo, provo così: Eisenberg ha trovato il modo di mettere in scena la perfetta equidistanza da una relazione di sangue, un’amicizia profonda e duratura, e un rapporto di frequentazione saltuaria con ondate di intensità variabile.
Ed è questa strana equidistanza che per me identifica in modo univoco e unico il rapporto di cuginanza, il suo essere centro inconfondibile di un triangolo: lontano da tutti e tre i vertici, di cui però non può fare a meno.