L’appuntamento annuale con Masterchef è la mia unica frequentazione con un “reality”, qualunque cosa questo termine significhi oggi. Nel tempo ho superato lo snobismo che mi tratteneva dal divertirmi, non provo più senso di colpa intellettuale e mi godo le puntate e le discussioni con gli amici e i colleghi.
Se ci penso in retrospettiva mi accorgo che ho cominciato a godermelo davvero quando ho istintivamente cambiato atteggiamento nei confronti di quello che succede sullo schermo.
Ecco le tre sospensioni dell’incredulità che mi sono imposto senza rendermene conto:
- Niente è scritto. Ogni battuta o dialogo è verace, i giudici non hanno l’auricolare e le loro interazioni sono sempre genuine.
- Nessun evento è deciso o direzionato: le relazioni e le amicizie tra i concorrenti sono come appaiono. Non c’è costruzione dei personaggi. Puoi e devi speculare sui dietro le quinte.
- Hai il diritto e il dovere di giudicare i piatti; puoi essere in disaccordo con le scelte dei giudici e biasimare le loro decisioni. Hai tendenzialmente ragione tu.
È però bene, e anzi contribuisce, fare dietrologia occasionale: puoi dire «qui gli autori stanno pompando quell’attitudine di quel personaggio» oppure «senti Cannavacciuolo come aspetta l’imbeccata dalla regia».
Questa sospensione della sospensione dell’incredulità è una rottura volontaria della quarta parete, come a teatro. Così poi torni dentro, con ancora più forza, e puoi far notare a Barbieri che non è così che si fa la vetrificazione del basilico.